Brunetto Latini scrisse di lui:

« E in un ricco manto - vidi Ovidio Maggiore –

che gli atti de l'amore - rassembra e mette in versi ».

 

Quando si parla di Ovidio, non si può non parlare dell’elegia. Ma cos’è esattamente?

L’elegia

L’elegia è un componimento letterario, una forma ben distinta della poesia lirica della Grecia antica. Il termine elegia deriva dal neutro singolare ἐλεγεῖον, con cui si indicava il distico elegiaco, metro  formato da un esametro e un pentametro. Il cardine dell’elegia era la sua matrice di carattere oggettivo, seppur non manchino casi in cui si utilizza la prima persona singolare; ciò ha causato non poche problematiche interpretazioni che hanno trovato soluzione nel così detto io lirico. In tal caso, il poeta diventa portavoce, con i suoi versi, di ideali e pensieri appartenenti ad un’intera collettività. L’elegia veniva eseguita in diverse occasioni di cui una in particolare: il simposio.

I temi dell’elegia erano diversi: esortazioni all’azione, ammonimenti, temi amorosi in Mimnermo o accenti sentenziosi e morali in Teognide.

 

La nuova elegia

Tra il V° ed IV° secolo l’elegia subisce una vera e propria innovazione, soprattutto in relazione a due fattori: una crescente erudizione mitologica e il sovrapporsi dell’esperienza personale al tema mitologico.  Uno dei maggiori esponenti di questa rinnovata elegia fu Callimaco, del quale ci restano pochi spunti. È importante citare Callimaco, poiché nei pochi versi pervenutici degli Aitia, precisamente nel III° libro, l’elegia dedicata all’amore tra Aconzio e Cidippe diverrà argomento di due Heroides (XX° e XXI° di Ovidio).

 

L’elegia romana

L’elegia latina si andrà a distinguere e sviluppare proprio in virtù della presenza del tratto autobiografico. L’elegia romana diverrà anche la forma stilistica migliore per esprimere il lutto, e l’associazione dell’elegia al pianto diventerà un topos in Orazio e in Ovidio (Amores).

 

Ovidio, oltre l’elegia

La tendenza al galante e al piccante, a un certo ateismo di maniera, e l'indifferenza alla vita politica gli derivano dalla gioventù dorata imperiale della quale Ovidio era uno dei rappresentanti più onesti e per la quale egli scriveva.
Ovidio è l'ultimo dei poeti elegiaci romani, dopo Tibullo e Properzio.
Nonostante ciò la sua poesia risulterà nuova e innovativa, sia comparata ai poeti elegiaci del passato, sia a quelli augustei. Se per i suoi predecessori, infatti, l'elegia era una scelta di vita assoluta, per Ovidio questa non esclude altre esperienze poetiche: i poeti elegiaci cantavano sentimenti reali; Ovidio invece concepisce la poesia come una creazione autonoma fittizia che rispecchia però l'unica autentica realtà.
La concezione poetica ovidiana la identifica in una funzione fondante che ha il primato sulla realtà: egli non scrive d'amore, ma sull'amore. È possibile identificare 3 fasi nella sua produzione, operando una divisione tematica e biografica:

Prima fase:

dal 23 a. C. al 2 d. C. , dedicata alla poesia elegiaca d’amore.

  • Amores
  • Ars Amandi
  • Remedia amoris
  • Medicamina faciei
  • Heroides
Prima fase

Seconda fase:

dal 2 all’8 d.C., produzione eziologia e civile, vi è maggiore adesione al programma politico augusteo.

  • Metamorfosi
  • Fasti
Seconda fase

Terza fase:

dal 8 al 18 d.C., le elegie del rimpianto e dell’invettiva, sono le opere del periodo della relegatio.

  • Tristia
  • Epistulae ex Ponto.
Terza fase