Biografia

Il 15 marzo del 44 a.C. avvenne il dorato assassinio che passò alla storia come La congiura delle Idi di marzo: Gaio Giulio Cesare venne ucciso, con ben 23 pugnalate, da un gruppo di senatori capeggiati da M. Giunio Bruto, Decimo Bruto, Gaio Cassio. Così, non dopo poche diatribe, nel 43 a.C. , Roma vide la nascita del Secondo triumvirato, accordo stretto tra il giovane Ottaviano, nipote di Giulio Cesare, con Marco Antonio e Lepido.

Era questo il clima che viveva l’Impero romano quando nacque uno dei suoi più illustri figli: il poeta Publio Ovidio Nasone. Il 20 marzo del 43 a.C., a Sulmona, vide la luce Ovidio. Apparteneva ad una famiglia di rango equestre ed aveva un solo fratello, di un anno più grande, di nome Lucio.

A 12 anni si recò a Roma, assieme al fratello, per completare gli studi di grammatica e retorica. Nella culla dell’Impero ebbe la fortuna di avere come maestri Arellio Frusco, maestro di retorica tra i più celebrati del tempo e Marco Porcio Latrone, oratore di origine spagnola, intimo amico di Seneca il Vecchio.

 

La vocazione per la letteratura

 

Attorno al 30 a.C. scoprì la sua vocazione per la letteratura, con grande dispiacere del padre che lo aveva, invece, destinato alla carriera forense, sognando per lui anche un avvenire in politica. Scrisse, infatti, sul suo amore per i versi “Et quod temptabam scribere versus erat” (Tristia, IV, 10, 26), ovvero che tutto ciò che cercava di scrivere era già in forma di versi. Nel 23 a.C., come era oramai uso e costume, Ovidio fu spinto dal padre a completare i suoi studi in Grecia per un anno. Al ritorno si recò poi in Asia Minore, Egitto e Sicilia. Tornato a Roma, iniziò il suo cursus honorum e le cariche che ricoprì furono il triumvir capitalis e il decemvir stlitibus iudicandis, cioè addetto alla pubblica sicurezza e ai processi di cittadinanza.

 

 

Ovidio oltre queste magistrature minori non ottenne altre cariche poiché era la vita letteraria ciò che bramava. Difatti, nel medesimo periodo, entrò a far parte del circolo letterario di Messala Corvino, protettore già di Tibullo, che lo incoraggiò moltissimo a coltivare la sua vocazione poetica. Più tardi invece entrò nel circolo di Mecenate, conoscendo i più importanti poeti del tempo: Orazio, Properzio e Virgilio. Il circolo letterario di Messala era d’impronta ellenizzante: all'ottimismo delle grandi riforme e alla speranza di una restaurazione religiosa e morale del popolo romano, contrappose l'evasione nel sogno e il rifugio nell'amore. Di contro, il circolo del famigerato Mecenate era maggiormente legato alla tradizione romana e alla totale fiducia negli ideali di rigenerazione morale che stavano alla base del programma politico di Augusto.

 

Vita privata

 

Ovidio si sposò giovanissimo e per ben tre volte. L’ultima moglie apparteneva alla “gens fabia” e fu la donna con quale trascorse il resto della sua, restandole fedele anche nell’esilio. Ebbe anche una figlia, seppur sia ignaro da quale delle sue tre consorti.

 

Il nefasto esilio

Nell’8 d.C. Ovidio, su ordine di Augusto, venne esiliato a Tomi, l’odierna Costanza, sulle acque del Mar Nero. Nei Tristia, descrisse il motivo del suo esilio in questo modo: “Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error alterius facti culpa silenda mihi” ovvero “Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore, di questo debbo tacere quale è stata la colpa” (Tristia, 2, 1, v.207).

 

Ovidio dunque attribuì ad una sua opera e ad un errore le cause che lo condussero così distante dalla sua amata patria. L’Ars Amatoria, testo in cui Ovidio ha le veci di un maestro d’amore è da considerarsi contro la moralità e l’austerità che Augusto aveva cercato di favorire per decenni. Non a caso a tutte le biblioteche di Roma fu dato ordine di togliere i libri dello sventurato poeta. Sempre nello stesso anno scoppiò lo scandalo di Giulia Minore, sposa di Lucio Emilio Paolo. La giovane fanciulla, nonché nipote di Augusto, aveva una relazione adulterina col giovane patrizio Decimo Giunio Silano: tal peccato la portò ad esser relegata in una delle isole Tremiti fino alla fine dei suoi giorni. In questo scandalo furono trascinati parecchi illustri cittadini tra cui Ovidio, il quale, probabilmente, incoraggiò tale relazione.

Fu così che il poeta che cantò l’amore, le arti della seduzione e che fu maestro del mito non fece mai più ritorno a Roma: morì tra il 17 e il 18 d. C e, seppur avesse espressamente richiesto di essere sepolto nella sua patria, le sue ceneri sono ancora lì, nel luogo della sua penosa relegatio.